
Foto da Flickr.com
Vorrei raccontare quello che spesso esce durante una chiacchierata con chi, terminata la formazione accademica, si appresta ad entrare nel mondo del lavoro. Parlo specificatamente dei ragazzi che, dopo una formazione specifica e specializzante, entrano nel Terzo Settore a contratto (qualunque sia la sua natura) con una organizzazione nonprofit.
Il primo scoglio con cui ci si deve scontrare e’ la retribuzione. Nel 90% dei casi l’organizzazione e’ medio-piccola e formata prevalentemente da due-tre volontari. Come si fa a chiedere il minimo per la sopravvivenza (1000 €) ad una struttura di questo tipo?
Punto due: la frustrazione del contatto telefonico.
“Salve, chiamo per sapere se le mie competenze possono essere di vostro interesse e se c’e’ un progetto in cui potrei inserirmi.” voce decisa, allenata dalle 10 telefonate precedenti ma.. la risposta e’ sempre la stessa: “si’, se ne potrebbe parlare, stavamo proprio pensando di prendere un tirocinante. magari che scegliesse di fare Servizio Civile Volontario con noi…”.
Pensa, pensa, cosa gli rispondo.. sono fregato.
Punto terzo cercare di far capire al responsabile il valore reale delle competenze che si vanno a proporre. Questo in non piu’ di 30 secondi. Far capire che Fare Fund Raising non e’ una spesa, ma un investimento e’ la parte piu’ dura. Esistono imprenditori nel mondo del Nonprofit?!.. altro bel quesito.
Diciamo che si riesce ad entrare in un’organizzazione medio-piccola con un riborso spese di 600 €. Come partire? Spingere sull’acceleratore, aspettare e guardare, fare il minimo che viene richiesto… come creare il famigerato “valore aggiunto”?!
Hai sei mesi di tempo e questo ti deve bastare per far capire alla struttura il tuo ruolo nella sua crescita. Tutto quello che vedi intorno sembra da sistemare. Cosa fai:
proponi di sanare le radici della struttura cambiando il Consiglio Direttivo nullafacente, cambiando il logo poco chiaro e per niente comunicativo, cambiando l’abitudine delle lunghe chiacchierate al posto delle super-efficienti riunioni/briefing del lunedi’ mattina? oppure preferisci stare a guardare per imparare il linguaggio, le modalita’, le corsie preferenziali, creare gruppo nello staff,… e dopo i sei mesi cosa hai prodotto?!
Bel problema e hai solo pochi mesi per risolverlo..
Ah, quasi dimenticavo.. Servizio Civile “Volontario”, stagista, volontario, a progetto,… su quale formula puntare?
Generalmente le associazioni sono favorevoli ad accettare sia stagisti che aderenti al Servizio Civile. Abbiamo qualche sicurezza che al termine di un contratto di questo tipo si possa parlare di un contratto piu’ rassicurante?! se no, cosa vogliamo veramente da questo lavoro?
Oggi proporsi per la figura del fundraisier in una piccola/media azienda nonprofit e’ molto difficile per chi e’ all’inizio. E’ difficile far capire il valore dell’investimento.
Ho spesso provato la sensazione di proporre una medicina ad un malato che non sa di esserlo e che, soprattutto, pensa di potersi curare molto meglio da solo.
Bel problema, soluzioni?
farebbero piacere impressioni positive e interventi da chi si occupa specificatamente di lavoro… ;)
spazio, ovviamente, anche ad impressioni personali su come avete vissuto l’approccio e l’inizio del vostro rapporto di lavoro!






settembre 17th, 2007 at 12:17
Argomento che mi riguarda da vicino…da anni cerco di aiutare studenti, laureati e professionisti ad entrare nel Nonprofit (ambito di impiego spesso trascurato non per mancanza di capacità, ma per insufficienza di informazioni sulla più idonea metodologia di approccio alle organizzazioni). Ragiono per punti:
1) la frequente mancanza di risorse per pagare un nuovo collaboratore non è tratto distintivo del Nonprofit (le PMI italiane, che sono il 90% delle aziende, non ritiene di dover sborsare 1000 euro ad un giovane laureato)
2) 1000 euro dal primo giorno di lavoro? Certo, è lecito per sopravvivere…ma il laureato che, per esempio, inizia la pratica da dottore commercialista, quanto guadagna i primi tre anni? Quindi, quanto deve guadagnare un giovane non esperto?
3) io penso che non si debba chiedere al telefono ad una organizzazione se può avere bisogno di me, semmai, dopo attento studio dell’azienda, proporsi come persona preparata per affrontare uno specifico compito (e mai specificarlo al telefono…il contatto telefonico serve per “intortarsi” l’interlocutore…poi, dal vivo, dovrò far capire quanto valgo e cosa posso dare)
4) stage/servizio civile? parliamone…durante il colloquio….magari viene fuori che tale contratti sono integrabili con altre prestazioni (così riescono a pagarmi di più)
5) far capire l’importanza del fund raising: visto che è, spesso, stravolgimento culturale organizzativo, questo non può avvenire se non dopo 6 mesi che collaboro con l’organizzazione. Meglio “infilarsi” dentro l’azienda, poi, pian piano…capire a chi chiedere, quando e come…poter mutare rotta
6) la domanda giusta non è “mi tengono dopo il periodo di prova (sia stage, servizio civile, collaborazione, …)”…semmai “quanto riesco ad imparare da questo lavoro”. Se imparo tanto, rivendo questa esperienza, al termine del contratto, entro due settimane ad un’altra organizzazione (dico questo per esperienza personale)
Jacopo, sollevi temi importanti (e ti faccio i miei complimenti)…se devo banalizzare, io direi che fino a trenta anni bisognerebbe sopravvivere (cercando di imparare il possibile)…poi fare network…La regola del 40/30/20/10 mi sembra ancora valida. Scegliendo un lavoro bisogna considerare questi pesi:
40% ciò che ti attrae
30%quanto riesci ad imparare
20% quanto ti pagano
10% sicurezza del posto
Oggi il posto fisso non è il contratto a tempo indeterminato, ma la consapevolezza di essere bravi ed unici.
A presto! Gianni Solfrini
settembre 17th, 2007 at 13:04
caro Gianni,
come dire? se il mondo del lavoro in sè lascia piuttosto frustrati, la tua risposta da “esperto” raggiunge ancor meglio il risultato. Di frustrazione.
1- il fatto che non solo le organizzazioni nonprofit ma le aziende in generale non ritengano di dover “sborsare” 1000 euro per un nuovo assunto mi fa ridere, di amarezza.
vogliamo banalizzare?
prendiamo l’affitto di una STANZA (e non parlo di appartamenti) di una città medio-grande e medio-fornita di servizi, aggiungiamo il prezzo della spesa, dei trasporti pubblici (perchè mica ci si può permettere una macchina, maquandomai? e poi siamo per l’ecosostenibilità), aggiungiamo le spese per tenersi aggiornati (corsi, università, libri, quotidiani). Non pretendo la pizza fuori o i vestiti all’ultima moda, ma… come si fa?
1000 euro è il minimo per pensare di arrivare a fine mese.
Sperando di non dover andare dal dentista.
Se no sono cazzi.
E la colazione al bar, anche una tantum, scordiamocela pure fino ai 40 anni.
2-”il contatto telefonico serve per intortarsi l’interlocutore”.
Ora.
Hai mai, dico mai, provato a contattare 10, 20 organizzazioni con il fine di “intortare l’interlocutore” con fine lavoro? Non credo sia intortare l’interlocutore il vero fine della telefonata.
Direi piuttosto che il fine è di evitare che l’interlocutore di turno ti liquidi con due frasi biascicate e un “arrivederci e grazie, siamo autosufficienti, autarchici e anche un po’ antipatici”
3- dici che fino ai 30 anni si deve sopravvivere…
come??
vivendo a casa dei propri genitori? facendosi dare una paghetta integrativa al bonus (100-200euro) dello stage? chiedendo a 30 anni un aiuto per pagare le bollette, “perchè sai, papà, fino a 30 anni devo pensare a crescere, ma per crescere le aziende credono sia sufficiente un buono spese di 200 euro, e l’affitto è di 300. Ah, tu hai 60 anni e la pensione minima? Beh, papà, me li dai ‘sti soldi o no?” ?
Sentire dire queste cose da un addetto ai lavori è frustrante, deprimente e deludente.
E’ un’ammissione del “così stanno le cose e va bene così”, punto.
E’ un invito a emigrare. Armi, bagagli, saluti e baci.
Perchè si può essere convinti di essere bravi ed unici, come dici tu, ma con questa sola convinzione ed un contratto cocodè, nel nonprofit come nel profit, onestamente non arrivo a fine mese.
E allora al diavolo le buone intenzioni, i sogni e i progetti.
(ah, sempre che non si sia figli di papà…allora tutto viene così facile!)
↓ Quote | Posted 17 Settembre 2007, 13:00
settembre 17th, 2007 at 15:25
Cara Francesca,
1) sono d’accordo con te sui 1000 euro…anzi…1000 euro non sono sufficienti. Tuttavia (e forse questo non era chiaro nel mio commento) ritengo che spesso le pretese di inserimento senza apprendistato siano poco propense a prendere in considerazione le difficoltà collegate a tanti percorsi di inserimento (ripeto, rispetto ai tanti colleghi che intrapendono una pratica per la professione lunghissima). Poi, non penso che una persona, per inseguire il proprio sogno, debba morire di fame. I vincoli retributivi possono essere oggettivi e spingere verso un lavoro che autofinanzi un progressivo avvicanamento al proprio sogno (tipo andare a fare la contabile in una azienda, poi 5-6 ore la settimana fare volontariato per farsi conoscere dalla ONP…che pian piano ti inserisce)
2) questa tua esperienza non mi sembra generalizzabile, ma solo probabile (l’importante si segua un metodo di approccio)
3) si veda quanto scritto nel punto 1 (scelta lavorativa poco divertente, ma che “paga” un lento ma efficace avvicinamento alla propria professione allettante)
Non mi ritengo un “addetto ai lavori” (anche perchè in molte sede istituzionali, quando ho spesso proprio difeso le tue idee, mi han fatto capire di non essere gradito)…ma una persona che crede che, pian piano, un po’ di “realtà negativa” si possa cambiare…
settembre 17th, 2007 at 15:43
Mi trovo d’accordo con Gianni per il fatto che non sempre e’ possibile cominciare a lavorare nel lavoro desiderato per 1000 euro o poco piu’. Allo stesso modo, pero’, non ho mai creduto nella cosiddetta “gavetta”; ritengo piu’ efficace inserirsi in un contesto lavorativo come volontario o come semplice conoscente piuttosto che cominciare con 300 euro, “poi si vedra`…”.
Vorrei aggiungere, ritengo che proporre questo genere di salari/rimborsispesa sia un gesto offensivo. Denota scarso interesse verso il lavoro su cui si andra’ ad investire. Significa non avere interesse nella risorsa umana su cui si andra’ ad investire! Non e’ una contraddizione da poco…
Ritengo pertanto che il modo migliore per incentivare una persona non sia il rimborso spese, bensi’ la proposta di un “puro volontariato” o di un’assunzione, magari a progetto, ma per una cifra ben piu’ ragionevole.
Crescere significa investire, l’alternativa e’ buttare 300 euro al mese in una risorsa poco motivata.
settembre 20th, 2007 at 10:22
Dopo qualche piccola esperienza nel settore della cooperazione internazionale, specificamente legata al mondo delle ONG, mi piacerebbe dare un contributo alla vostra conversazione.
1. Il mondo del non-profit, in particolare quello delle ONG vive e sopravvive grazie a progetti che periodicamente vengono presentati ad enti finanziatori pubblici (UE, MAE, UN) o privati (imprese, singoli donatori). Tali progetti sono costituiti da una parte tecnica (che descrive cosa si vuole fare) e da una parte economica (il budget, che definisce con quanto denaro si fará). I progetti sono veri e propri prodotti che si vendono ai finanziatori: la concorrenza tra ONG si basa sul portare a termine la stessa azione (emergenza, sanitá, educazione, infrastrutture ecc…) con meno fondi possibili. In ogni budget, in ogni progetto, é prevista una parte di costi relativi al personale, che difficilmente possono essere modificati una volta approvati.
Ora, arrivare in una ONG, in un ente non-profit, che sta portando a termine 1, 2, 10 progetti, significa inserirsi in una struttura che a livello di costi del personale giá si trova al limite, con i progetti approvati e con persone lavorandoci su come i budget prevedono. Per tale ragione, inserirsi e richiedere 1000 euro al mese rappresenta un costo che non solo le ONG non vogliono assumersi, ma che non possono assumersi, in quanto in tale caso rappresenteremmo un costo non previsto nei progetti in esecuzione e una perdita economica che significherebbe chiusura (con l’obbligo di restituire tutti i fondi ricevuti).
Non dimentichiamoci che gli enti non-profit, ONG soprattutto, vincono la lotteria e devono sapere come spendere tutto. I soldi che ricevono sono pubblici e vanno spesi totalmente e giustificati. Nessuna ONG puó permettersi di “farci su la cresta” per dirla in breve e tenersi una parte del finanziamento ricevuto. Per tale ragione molto spesso ci chiudono la porta in faccia.
2. Nel caso fortunato in cui la ONG abbia previsto in uno dei suoi progetti una figura che corrisponde al nostro profilo di studi, che qualcuno sia in maternitá, che la direzione della ONG sia particolarmente illuminata e punti sui giovani, che il nostro CV (sconsiglio vivamente le telefonate per cercare lavoro, meglio mandare una mail con richiesta di autocandidatura) arrivi puntualmente quando stanno cercando personale, ecco, anche e soprattuto in quel caso iniziano le sfide: il lavoro é molto complesso in quanto richiede conoscenza della legislazione a puntino, capacitá di comunicazione con i partner dei Paesi in Via di Sviluppo, capacitá contabili e di amministrazione, capacitá di contrattazione con imprese per la prestazione di servizi ecc…
Onestamente, dopo due esperienze sul campo e piú o meno una mezza dozzina di volontariati, non mi sento ancora pronto per tale tipo di lavoro, ed attualmente mi trovo con la formula “stage” a 700 euro al mese a Madrid, giusto per impararlo. Non dimentichiamoci che una ONG non si puó permettere molte volte di assumersi costi di formazione per una persona, tutto il personale che impiega per i progetti deve rendere al 100% e non provocare ulteriori costi all’organizzazione perché in tal caso significherebbe la morte della organizzazione, si chiude tutto e si va a casa.
Purtroppo é cosí, le ONG distintamente da quanto si pensa, sono come imprese senza esserlo. Ricevono denaro e non é loro, devono giustificare tutto ció che fanno ad enti veramente rigidi e soprattutto devono portare a termine azioni difficili in maniera efficente.
3. La mia piccola esperienza mi ha insegnato tuttavia che molte volte si tende a confondere la motivazione che in questo lavoro (per me il piú bello del mondo) le persone sono solite avere con la disponibilitá allo sfruttamento duro e puro.
Iniziare con umiltá in questo settore, non chiedendo 1000 euro, ma come giustamente dice Gianni pretendendo un percorso veramente formativo, credo sia basilare.
Tuttavia, lo é altrettanto non accettare ruoli di basso profilo (imbustare lettere, fotocopie etc.), sono operazioni che le ONG sono capacissime di far fare a volontari pensionati o a persone che sono di altri settori e che si vogliono sentire migliori una volta a settimana; richiedere sempre un calendario delle attivitá che la ONG si propone di farvi portare a termine; richiedere un rimborso spese alimentare.
Per il resto ragazzi, rimboccarsi le maniche, il settore é molto stimolante ma difficile, bisogna iniziare senza rimborsi alti e sperare che nel prossimo progetto che la vostra organizzazione scriverá (é successo anche a me in Albania, la mia ONG mi ha fatto presentare un nuovo progetto nel quale ovviamente ho incluso un coordinatore locale pensando a me) sarete inclusi nel budget. E allora saranno per lo meno 1-2-3 anni di contratto.
In bocca al lupo….
settembre 22nd, 2007 at 08:30
Grazie mille del tuo contributo Marcello!
Scrivi che ti trovi in Spagna per uno stage (stage a 700 € qui in Italia non se ne vedono proprio…), hai notato qualche differenza macro/micro rispetto al modello italiano di ong?
settembre 25th, 2007 at 18:03
Direi che non si possa parlare di differenze a livello di ONG…fondamentalmente tanto le ONG italiane come quelle spagnole affrontano le stesse tematiche e vivono gli stessi problemi dovuti alla scarsitá di fondi ed alla necessitá di giustificare il loro operato agli enti finanziatori.
Quello che si nota tuttavia é una maggiore professionalitá dell’intero sistema della cooperazione. Ció comporta un maggior impegno del governo (che stanzia un gran quantitativo di fondi), una maggiore credibilitá da parte dei privati (dalla nonna del quartiere all’imprenditore, cosa che comporta un maggior introito a livello di donazioni ed una miglior operativitá) ed in fin dei conti maggiori opportunitá professionali nel settore.
Tale situazione é riconducibile a diverse cause:
1. Un oscuro passato coloniale di cui la spagna gode. Tutti i governi che si sono succeduti hanno sempre dichiarato, in linea con la popolazione spagnola, di voler aiutare quei paesi che storicamente sono rimasti nell’orbita iberica (America Latina soprattutto). É quello che io chiamo debito storico, una sorta di senso di colpa diffuso che si respira qui e che porta i governi a stanziare da sempre ingenti somme in cooperazione.
2. Una legge sulla cooperazione aggiornata ogni 2-4 anni, che si fonda su ció che si é appreso con i progetti sul campo. Per fare un esempio, dal 2005 alle ONG é permesso richiedere il finanziamento per quelle persone che lavorano in europa, supportando il lavoro di chi si trova sul campo. Questi costi prima non venivano riconosciuti (pensiamo al telefono, alla luce, al salario relativo agli uffici in Europa) e ció comportava gravi perdite alle ONG. Con l’esperienza, la legge é stata cambiata e ci sono piú risorse anche per chi, come me, vuole avvicinarsi alla cooperazione anche stando in Europa (Ricordo che l’Italia dispone attualmente di una legge dei primi anni ’90 e che le ONG in questo momento stanno facendo pressioni affinché venga aggiornata).
3. Fondi governativi puntuali. É impossibile da parte di una ONG medio-piccola anticipare il costo di un intervento di cooperazione, molte volte superiore al milione di euro, senza ottenere il finanziamento del governo. In spagna l’80% del finanziamento viene fornito al momento dell’approvazione del progetto. In italia solo 12 mesi dopo, cosa che impone alle ONG di anticipare tutto il denaro, molte volte dovendo rinunciare all’intervento.
4. Programmi governativi di avvicinamento alla cooperazione. In Spagna se si é disoccupati si puó scegliere di iscriversi a un programma di invío all’estero attraverso il quale (regolarmente stipendiati) si va a lavorare per un periodo medio-lungo in un Paese in Via di Sviluppo.
5.Integrazione di settori. La pubblicitá, il marketing, gli eventi fanno ormai parte del settore delle ONG, che da tempo hanno capito che é meglio lasciar perdere elementi rivendicativi ed anti-sistema, inserendosi piuttosto nel sistema dal quale devono ottenere risorse da investire altrove. Le ONG spagnole si dotano di dipartimenti di pubblicitá, comunicazione e marketing e sono continuamente alla ricerca di fondi attraverso strumenti moderni.
6. Criteri restrittivi. Le ONG sono sottoposte a serrati controlli da parte degli enti finanziatori. Ben sapendo che nel caso di un esito negativo dei controlli tutti i fondi dovrebbero essere restituiti, le ONG cercano lavoratori qualificati che li aiutino a portare avanti una gestione efficente, giovane e responsabile.
Spero di aver risposto alla tua domanda…
settembre 26th, 2007 at 11:40
Non avrei potuto sperare in una delucidazione piu’ esaustiva.
Anzitutto ti ringrazio molto per il tuo contributo, soprattutto per il know how che apporti alla discussione.
Volevo esprimere una mia impressione sull’intervento del governo spagnolo nel bilancio delle ONG.
In Italia sicuramente non abbiamo un tale livello di sussidiarieta’ e mi sento di poterlo ricondurre, con placida sicurezza, al disinteresse della politica al problema. O meglio, direi alla scarsa considerazione di questo rispetto ad altri temi.
Questo fatto, paradossalmente, trovo possa rivelare comunque alcune esternalita’ positive.
Come sai meglio di me le Fondazioni bancarie, in Italia, coprono le spese di un progetto per non piu’ del 50% (non sto a ricordare l’origine pubblica della Fondazione). Similmente, anche molte altre aziende pubbliche. Questo obbliga l’organizzazione a strutturare altre forme di raccolta fondi e di sinergie che, nel caso di una copertura per l’80% dei costi, probabilmente non verrebbero mai avviate.
Ne e’ un esempio il mondo della cultura e dello spettacolo.
Frequento regolarmente i Blog dei lavoratori dei piu’ importanti teatri italiani. Beh, l’unica cosa che si va dicendo e’ “il governo ha tagliato il FUS, come faremo. Speriamo nella nuova normativa”. Vanno avanti da piu’ di dieci anni.
Mia madre, che mi ha insegnato a non fidarmi mai della speranza, mi ha insegnato a cercare sempre una via alternativa al problema. Oggi il mondo dello spettacolo sembra non la voglia trovare. Diretta conseguenza e’ la imbarazzante carestia in cui versano i teatri italiani.
Non so su quali certezze si basa la sussidiarieta’ pubblica in Spagna, ma in Italia rimane la convinzione che se una cosa e’ buona per la societa’, lo Stato se ne debba fare pienamente carico. Questo porta, senza parlare di sprechi di denaro, le ONG (ma non solo) a disinteressarsi alla raccolta fondi.
Senza fare il maligno, pero’, mi sento di prendere in prestito un concetto di cui hai parlato, anche se indirettamente. La trasparenza. (Tra l’altro ho scritto un post anche su questo tema che personalmente ritengo fondamentale:
http://www.jbgazzola.it/blog/?p=51 )
Non so quale inghippo ci sia nella situazione italiana, del perche’ se in Spagna lo Stato contribuisce per l’80% le Ong rispondono con un altrettanto impegno, e del perche’ in Italia questo non avvenga.
Non so rispondere, se non scadendo nei luoghi comuni.
Chi mi sa dare un altro punto di vista? (magari piu’ ottimistico..)
ottobre 9th, 2007 at 00:06
[...] difficoltà che incontrano i giovani che si affacciano alla professione di fundraiser in Italia. Il post si sofferma, giustamente, sugli aspetti retributivi, se così si possono definire 300 euro ad andar [...]
ottobre 31st, 2007 at 13:32
ciao a tutti!
sono Barbara e come tutti voi sono interessata al settore non profit, nel quale sono attiva da due anni avendo istituito insieme ad altre persone una associazione sportiva.
nel corso dei miei studi universitari in economia ho spesso impartito ripetizioni a bambini e ragazzi in molte materie e ora che mi sono laurata e non ho ancora un lavoro continuo in questa attività che trovo stimolante e formativa.
l’esperienza che ho maturato in questo comparto mi ha portato a constatare che c’è un reale e forte esigenza da parte degli studenti e delle famiglie di ricevere sostegno durante la carriera scolastica. questa infatti spesso si interrompe o procede con difficoltà per motivi legati alla incapacità della scuola pubblica di far fronte alle esigenze specifiche di ciascuno studente (difficoltà prevalentemente dovute a deficit strutturali della scuola che nonostante sia fornita di insegnanti preparati e volenterosi subisce le inevitabili conseguenze della carenza di fondi).
la mia intenzione sarebbe quella di creare una impresa sociale che si occupi proprio della formazione nel rispetto della legge relativa al 2006.
vorrei avere opinioni su tale progetto da parte di tutti voi!
grazie
↓ Quote | Posted 31 Ottobre 2007, 13:31
gennaio 25th, 2008 at 16:46
Caspita, davvero bello trovare una discussione simile.. credo ci caschi a pennello..
Io ragazzi mi chiamo giorgio, ho 27 anni e sono appena rientrato dall’america latina (argentina) dopo un anno in servizio civile internazionale. Beh, non potrei dire altro che è stata l’esperienza più bella e significativa della mia vita.. dal punto di vista professionale, non posso dire di aver imparato come quando, appena laureato, mi sono fatto un tirocinio di quasi un anno in una società di revsione contabile.. però il contesto potete immaginare quanto possa far crescere e dare soddisfazioni. ora è da un mese che sto rompendo le scatole, sia via mail che telefonicamente alle Ong italiane per cercare di ripartire… bel sogno.. per ora poche e lente risposte.. e il dubbio sempre più crescente, che forse questo settore, in un’Italia già in crisi politica e non propriamente in crescita, possa non garantire un gran bel futuro professionale (e discussioni avute con gente del mestiere, me ne dà conferma ogni giorno). Ora, so che in Inghilterra professionalità legate al noprofit percepiscono stipendi molto vicini a quelli del settore profit.
Premettendo che sono le motivazioni ciò che mi hanno spinto a scegliere questa strada, ritengo giusto che chi debba sostenere una quotidianità in un Paese come Italia, Spagna o Inghilterra, percepisca uno stipendio commisurato al carovita, ossia ai prezzi (affitto casa, alimenti, trasporti principalmente) che si ritrova a pagare tutti i giorni.
se si investisse più sulla cooperazione internazionale invece che sui telefonini di ultima generazione o agli abiti griffati o a tante cose di cui il mercato occidentale ci ha saturati, forse ci sarebbe una più equa distribuzione delle ricchezze e delle risorse..
ma, polemiche a parte.. io sono testardo e continuerò a cercare lavoro in questo settore.. e se l’italia mi chiuderà le porte in faccia… zaino in spalla e comincerò da un’altra parte.. sapendo che non sarà facile. marcello ti posso chiedere se hai trovato subito lavoro in spagna in una ong cercando dall’italia? tramite contatti? o recandoti lì e iniziando a cercare una volta arrivato a madrid? grazie e un in bocca al lupo a tutti quelli che resisteranno da finire a fare i rappresentanti!!! siamo un popolo di venditori e camerieri!!!!