In questi giorni mi sto occupando della comunicazione di un evento per l’Associazione in cui lavoro.
Mi e’ capitato di dover scegliere fra centinaia di foto quelle 2-3 che potessero convincere un giornalista ad interessarsi alla nostra causa.
Mi sembrava facile scegliere quelle che danno piu’ contenuti, piu’ emozioni ma… lavorandoci un po’ mi sono accorto che era necessario un ragionamento metodico.
I nodi che mi sono trovato a dover sciogliere sono stati relativi a:
1. anzitutto quante foto posso mandare ad un giornalista?
mi sono detto 2-3, se gliene piacciono me le chiedera’ lui raggiunto un accordo.Tra l’altro ho scoperto che le caselle di posta elettronica dei giornali si svuotano automaticamente delle email piu’ vecchie… (in questo caso “vecchio” e’ un concetto molto relativo)
2. a chi le mando? non ci si pensa, ma non e’ per niente logico mandare ad Avvenire le stesse foto che mando al Manifesto. Quindi, e’ una questione solo di contenuti o anche di forma, di tono del messaggio, …?
3. vengo quindi al punto fondamentale, a cui non mi sono dato ancora una risposta certa (me la dovrei dare entro breve visto che lunedi’ mando le foto :)
Come definire il tono del messaggio? Che messaggio devono passare? Deve essere in linea con la comunicazione del giornale o con quella dell’Associazione?
La prima cosa che mi sono risposto e’ sicuramente il tono deve essere dell’Associazione.
Cosa voglio comunicare quindi? Cosa dire al giornalista con la foto?
Nella mia scelta ho puntato soprattutto su:
- due-tre elementi distintivi dell’Associazione (legati quindi alla sua mission)
- cercare di far capitare nella foto il logo dell’Associazione o qualcosa di distintivo
- puntare su quegli elementi che “legano” o comunque che come si dice in gergo “abbassano le barriere” (bambini, affetti, religione,…)
Su questo ultimo punto, sicuramente il piu’ delicato, mi farebbe piacere ricevere vostre impressioni ed esperienze. Soprattutto con l’aiuto di Marco Valenti (blog proprio sulla comunicazione sociale) e di Paolo Ferrara (che lavora per Terre des Hommes, hanno una fantastica comunicazione).
Che esperienze avete avuto a riguardo?







ottobre 4th, 2007 at 14:34
Caro Jacopo,
commento volentieri questo post con alcune prime riflessioni a caldo.
- sono assolutamente d’accordo con te sulla necessità di far prevalere l’identità dell’associazione. Piegare completamente la propria comunicazione al media che stiamo usando può essere comodo per arrivare a risultati immediati, ma sul lungo periodo ha diverse controindicazioni. La prima e la più importante è: come fidelizzo un donatore a cui ho venduto un’immagine di me sbagliata? Come lo trasformo in sostenitore se non sono in grado di rispondere alle aspettative che ho ingenerato in lui? Come dicono gli uomini marketing, rischio di andare in “over promising” con effetti boomerang devastanti (il problema, in maniera eclatante, si ripresenta ogni qual volta un grosso evento televisivo “vende” “prodotti” come l’adozione a distanza ingenerando il falso mito del “figlio lontano”) a meno che non decida di adottare per sempre una comunicazione schizzofrenica.
Questo, detto per inciso, significa che a volte dovrò scegliere fra farmi pubblicare (sapendo che il media sceglie il messaggio) con tutti i rischi del caso, o rinunciare.
- Il cosa comunicare (sempre che sia possibile influenzare fino in fondo il tono e i contenuti) dovrebbe essere una conseguenza di scelte a monte, come la mission, l’identità , i valori e, in termini di marketing, il posizionamento. Quello che dici è assolutamente pertinente, ma ovviamente va declinato settore per settore. Alcuni elementi chiave:
- le persone donano ad altre persone (quindi mostrare, mostrare e ancora mostrare facce);
- il logo, come insegna msf, vive nel contesto. Una cosa è vedere la bandiera con il logo dell’associazione, un’altra è vedere dei volontari con la maglietta “griffata” in un campo profughi o mentre servono il cibo alla mensa dei poveri;
- il potere più grande che abbiamo è quello di avere una marea di storie vere da raccontare, che non hanno bisogno di drammatizzazioni. La foto deve saper parlare di queste storie.
Tutto questo, come al solito, in teoria. Nella pratica, soprattutto per le piccole associazioni, spesso è necessario accettare compromessi più o meno grandi senza neanche avere il tempo di soppesare con attenzione i pro e i contro.
Questo per quanto mi riguarda, ma sarebbe bello allargare il dibattito ad altre persone, raccogliendo anche qualche aneddoto sui mille compromessi a cui spesso dobbiamo piegarci.
ps.: ne approfitto per farti, anche pubblicamente, i complimenti per il blog. Un esempio perfetto di come la scelta dei temi e del tono della comunicazione possano stimolare la partecipazione e la discussione.
ottobre 13th, 2007 at 13:53
[...] terza l’abbiamo avviata con Jacopo Brian Gazzola sul tema “Fotografia e comunicazione [...]
ottobre 14th, 2007 at 17:37
Ciao Jacopo mi associo a Paolo nel complimentarmi per il blog e soprattutto per la capacità di stimolare commenti, davvero notevole! per quanto riguarda il tuo post credo che per quanto comprensibile la preoccupazione di non essere pubblicati non si possa snaturare l’associazione e quindi, sempre seguendo le leggi del buonsenso, la scelta dovrà sbilanciarsi, almeno a mio parere, verso ciò che si è a discapito magari di un’uscita in più. Sinceramente non mi è mai successo, anche per piccole organizzazioni, che un giornale mi rifiutasse una pubblicazione perchè immagini o testi non erano in linea con la testata… da quello che vedo CESVI esce spesso su Il Giornale e non mi pare che abbia una comunicazione “forzista”… però viviamo in un mondo vario e tutto è possibile ;-) alla prossima!
ottobre 15th, 2007 at 10:37
Grazie di cuore ad entrambi.
E’ un tema molto importante quello della comunicazione sociale.
A riguardo voglio invitarvi a prendere nota di un evento che e’ gia` in corso, a Firenze. siamo alla seconda ed ultima settimana.
Trovate il link nella sezione eventi!