Buongiorno/Buonasera a tutti. Scusatemi se non mi sono più fatto vivo, il lavoro principale mi ha assorbito totalmente e solo ora (un po’ per parola data, un po’ per interesse specifico sul tema) ho trovato modo di postare su un argomento di cui si parla tanto.
Se ne e’ parlato in questi giorni sul blog di Daniele e Ioana.
Il caso e’ aperto.
Non voglio parlare di casi specifici, non voglio parlare della differenza fra il dialogo diretto di Save the Children e di quello di Amnesty o della decisione di avere dei dialogatori o di non averne. Mi fermerò molto prima. Non prenderò in considerazione nemmeno quelle associazioni che non si sono poste il problema, chiudendo il discorso dicendo che se si vuole sviluppare la raccolta fondi bisogna, come minimo, porsi il problema sulla funzione di un determinato strumento e di quanto costerebbe (in termini di budget in entrata e uscita) all’associazione.
Partirei dal primo elemento. Nel resto dell’Europa e nelle associazioni di livello europeo presenti in Italia in cui e’ utilizzato lo strumento del face-to-face, il dialogatore viene definito come volontario. Spesso mi sono trovato a discutere con colleghi stranieri circa il coinvolgimento dei volontari pagati, appunto i dialogatori, rispetto al coinvolgimento di quelli non pagati.
Credo sia una differenza rilevante… spesso non viene percepita come tale.
Una persona pagata e’ anzitutto una persona subordinata alla struttura. Wiki parla di subordinazione come “assoggettamento del prestatore di lavoro nei confronti del datore di lavoro, assoggettamento identificabile nella possibilità da parte del datore di lavoro di poter determinare modalità e tempi di esecuzione dell’oggetto dell’obbligazione sorta dal contratto stipulato dalle parti”. Ora, con tutta la benevolenza che ci possiamo mettere, occupandomi di volontari rabbrividisco a dare una definizione simile del mio rapporto con loro. MAGARI si potesse “determinare modalità e tempi” come da contratto… invece no, il bello/brutto/difficile di lavorare con i volontari e’ proprio il costante lavoro motivazionale per poter arrivare a qualcosa che somigli vagamente a determinazione di modalità e tempi.
A proposito vorrei riferirmi ad alcuni risultati sul Servizio Civile. Premetto, non si chiama “Servizio Civile Nazionale Volontario” come si dice comunemente, ma “Servizio Civile Nazionale” perché NON SOLO VOLONTARI, SONO PAGATI!!
Una riflessione facile da fare a riguardo e’ che il Servizio Civile attecchisca più facilmente laddove c’e’ una radicata difficoltà per i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. Generalmente al sud Italia. Questo lo si può notare semplicemente dai dati, dal numero dei candidati rispetto al contesto geografico. Per chiudere questo primo punto, quindi, vorrei sottolineare che, così come per il Servizio Civile, parlando di face-to-face non stiamo parlando di volontari, bensì di personale retribuito al pari di qualunque altro dipendente della struttura. Questo si porta dietro tutta una serie di riflessioni.
Come secondo punto vorrei parlare del carattere motivazionale. Rispetto al Servizio Civile possiamo parlare di un lavoro sicuro, che lascia tanto tempo libero, la possibilità di scegliere l’ente per cui lavorare e la facilita’ nel superare la prova cv,… Nella maggioranza dei casi, per i ragazzi del Servizio Civile, penso possano valere queste motivazioni e mi viene da supporre che possa essere lo stesso per la figura del dialogatore. Proverò a motivarlo.
Anzitutto non so se avete notato la mole di annunci di lavoro per i dialogatori. Vero che il target di questi annunci per il nonprofit non e’ più quello di prima, sta cambiando. Quante volte avete visto annunci di dialogatori a fianco di annunci per pronto-pizza o call center?! (personalmente ne ho visti diversi) Per contro, quante volte avete visto un annuncio di volontari a fianco di questi? Ugualmente, quante volte avete visto annunci per Privat donor o Major donor o Corporate a fianco di call center, pronto-pizza, ma anche di Responsabile di produzione, etc… La risposta a queste domande potrebbe essere “raramente”. Parto da questo assunto. Se e’ vero questo, significa che si verifica ancora oggi una dicotomia fra mondo profit e nonprofit per la ricerca del personale e che la figura del dialogatore forse sta nel mezzo. Se tanto mi da tanto, la trasversalita’ della ricerca di dialogatori e’ rivolta a quel target giovane di persone in cerca di un lavoro occasionale o che serva per mantenersi agli studi. Un po’ come per il Servizio Civile. Posso anche pensare che si voglia unire l’utile al dilettevole (fare del bene potendosi mantenere gli studi o altro..).
Terzo punto su cui mi piacerebbe discutere e’ appunto la questione retribuito si/retribuito no.
Una chiacchierata con una responsabile generale del f2f mi ha restituito come risposta a questo quesito “se togli lo stipendio vai in perdita e loro non riusciranno più a portare a casa i risultati di prima”. Mi viene da dire… stiamo parlando davvero di un problema di soldi?! Di motivazione?! Della tipologia di buona causa?! Del metodo di approccio?! Di cosa?!
Personalmente credo che chi lavora per una organizzazione nonprofit deve seriamente togliersi dalla testa lo stipendio (continua a leggere…). Questa mia affermazione, alquanto banale per chi ci lavora, molto banale per altri, e’ invece molto significativa per diverse ragioni:
- se lavori e devi pensare a come arrivare alla fine del mese, lavori male e senza stimoli
- se lavori e pensi allo stipendio vuol dire che prendi troppo e passi il tempo a pensare a come spenderlo oppure che prendi troppo poco e pensi se ne valga la pena
- se lavori e pensi allo stipendio vuol dire che e’ l’unico motivo per cui fai quel lavoro, e’ l’unico pensiero positivo che associ a quel lavoro
- se lavori e pensi allo stipendio significa che la buona causa e’ passata in secondo piano da un bel po’ di tempo. Questo non significa che non gli si dia importanza, solo viene dopo lo stipendio…
- se lavori e pensi allo stipendio significa che, se ti venisse tolto, non avresti niente da pensare che sia costruttivo per il lavoro che fai oppure non avresti più un motivo per rimanere (vedi primo punto, ad esempio).
Ecco perché questo genere di dialogatori non possono essere chiamati “volontari” ed ecco perché, ne parlo dopo, l’associazione non credo debba investire su queste persone (ovviamente perché comincerebbe a ragionare solo in termini di “profitto”… chiamatelo “benchmark” senno’ mi tacciate per errore di sostanza). Parliamone.
Personalmente credo che una persona debba venire pagata nel momento in cui si verifica ALMENO uno di questi elementi:
- non basta la spinta motivazionale e l’impiego della risorsa e’ fondamentale
- e’ necessario un impegno di una certa consistenza sul progetto e l’impegno senza supporto economico non e’ sostenibile
- e’ l’unica modalità con cui e’ possibile attrarre la risorsa
- … (non me ne vengono in mente altri, suggeritene)
Secondo il primo di questi punti risulta che pagare un dialogatore potrebbe essere la soluzione alla scarsa motivazione della risorsa. Dove e’ da cercare la causa se una risorsa non e’ motivata?! Il commento a questo punto non esclude quindi a priori una retribuzione.
Secondo il secondo punto risulta che e’ necessario pagare un dialogatore perché gli viene richiesto un impiego almeno part-time. Mi sembra una buona motivazione.
Secondo il terzo punto risulta che e’ necessario pagare un dialogatore perché, date le sue capacita’ fondamentali per l’associazione, non e’ possibile lasciarselo scappare e deve essere quindi immediatamente vincolato all’ente. Non si esclude ancora la possibilità del pagamento della risorsa.
Riguardando questi (almeno) tre punti vorrei fare come all’inizio una distinzione fra la figura del volontario e la figura della persona stipendiata (in generale, permettetemi qualche generalizzazione, senno’ non posso chiudere il cerchio).
Vorrei citare una frase di un caro collega, Vittorio (ho avuto il consenso a mettere il nome..). Parlando di volontariato lo definisce come:
“[...] un moltiplicatore di attività che consente di intervenire su un raggio di azione più ampio sia che si tratti di attività di sensibilizzazione sui bambini, di visibilità o di raccolta fondi [...]“
Credo che qui ci sia tutto. Non credo vi sia figura più efficace (ed efficiente) per comunicare la mission di un volontario, un vero volontario. Credo che il motivo stia nella definizione stessa di volontario.
Dettaglio da aggiungere al dibattito: la maggior parte delle associazioni con cui ho avuto modo di confrontarmi pagano i dialogatori non solo con un fisso… ma anche a provvigione!
[Voglio specificarlo se non e chiaro, la mia non e' neanche lontanamente una critica all'operato di colleghi che avranno le loro ottime ragioni per fare quello che fanno. Tra l'altro e' risaputo che e' uno strumento che funziona molto molto bene, in termini di ritorno economico. Le mie sono considerazioni su un argomento importante che spero possano servire ad un CONFRONTO COSTRUTTIVO.]
A questo punto mi sembra chiaro che con queste condizioni non può che venire meno non solo l’aspetto motivazionale che regge il castello, ma anche e soprattutto l’aspetto relazionale che dovrebbe stare alla base di un ruolo come quello del DIALOGATORE (che lessicalmente certo fa rima con venditore, abindolatore, muratore,…, ma che sembra non poter far rima con ascoltatore, comunicatore, sensibilizzatore, etc).
Per chi non lo sapesse, la maggior parte dei dialogatori hanno il compito se volete di sensibilizzare, comunicare, bla bla, ma soprattutto di far firmare, sul posto, un rid.
Avete mai provato, mi rivolgo anche a chi queste cose le gestisce (per associazioni che fanno f2f), a presentarvi ad un banchetto per fare una donazione? A me e’ capitato, non faccio nomi, e mi e’ stato risposto più volte da più persone presenti al banchetto che “noi cerchiamo persone diverse, che vogliano sostenere un progetto per tanto tempo” e alla mia richiesta “…ma allora xxx non e’ interessata al mio contributo?!?” la risposta e’ stata la medesima. Alla mia richiesta “va bene, mi dispiace, non mi e’ possibile fare un rid, ma sarei felice di fare una donazione domattina. Potete darmi un bollettino da compilare e del materiale informativo?”. La risposta: “mi dispiace, ma siamo interessati a persone che scelgono di sostenerci in modo continuo. Per il materiale deve andare sul sito. Arrivederci.”
Arrivederci, direi proprio di no!……
Quanto costa ad una organizzazione dare un pacco di bollettini vuoti per ogni banchetto?! Quanto costa dare un pacco di leaflet inormativi?! Quanti donatori perdiamo così?! Che figure facciamo dicendo ad una persona che realmente vuole aiutarci che non siamo interessati a lei finche’ non si decide a firmarci un rid?!… mi sembra assurdo.
Ah, premetto. Ogni volta che incontro dialogatori, di diverse organizzazioni, mi fermo per osservare come sono stati “formati”, deformazione professionale. Rompiscatole o no mi sono fatto un’idea (anche rispetto all’estero, sempre senza fare nomi). Cosa direste se provassimo a mettere dei volontari al posto dei dialogatori. Cosa cambierebbe? Se credete che il problema sia la motivazione a fare raccolta fondi.. parlate con chi gestisce volontari che fanno solo quello o chi muove vere macchine da guerra. Il volontario lo sa che il primo modo per aiutare la causa e’ raccogliere fondi.
Parliamone.







settembre 3rd, 2008 at 13:19
ciao jacopo, parto dal finale. Mi piace l’uso del termine “macchine da guerra” mi ricorda tanto Achille Ochetto nella prima sfida contro Berlusconi quando definì il PDS una “gioiosa macchina da guerra” se non erro…e successe quel che successe.
Sul fatto che i dialogatori non accettano altro che RID è una cosa che da fastidio pure a me quando mi fermo (anche io per deformazione professionale) in uno dei banchetti. Sulla forza del volontariato: bè io sono 7 anni che faccio volontariato nell’Agesci e 18 anni che faccio parte di questa associazione (l’unica che fa attività educative in una fascia dagli 8 ai 21 anni a più di 150.000 ragazzi/e in Italia) e spesso veniamo contattati da varie organizzazioni per dare il nostro tempo per tenere dei banchetti di associazioni nonprofit (che magari non hanno i volontari sufficienti).
Io credo in questo: i volontari non sono necessari a tutte le organizzazioni nonprofit, alcune vivono grazie al tempo speso dai volontari dell’associazione nonprofit (quella di cui faccio parte fa 5 milioni di euro ogni anno di tesseramento), altre cercano dei volontari perchè formino comitati di azione locali che possano fungere da passaparola locale delle azioni dell’onp.
Credo che una cosa che tu dici sia vera: non c’è migliore presentazione per una associazione di un volontario che ti parli dell’associazione stessa. ma attenti anche qui, non il volontario che si lagna di come l’associazione è differente rispetto a 50 anni fa o dei litigi dell’associazione, ma il volontario che conosce l’associazione, che sa come fare fundraising (fate formazione!!!) e che sa parlare. quello è il migliore volontario, fundraiser e dialogatore. ciao francesco
settembre 3rd, 2008 at 22:12
Ciao!
Ho fatto un colloquio in cui mi proponevano di diventare dialogatore per un’organizzazione ed ho rifiutato per i motivi che tu esponi così bene. Avrò perso un’occasione magari, ma non avrei mai avuto il coraggio di spiegare alla gente che si ferma che io sarei stata pagata per ogni rid che loro avrebbero sottoscritto.
settembre 4th, 2008 at 10:01
Grazie tante yarrow, molto utile la tua esperienza
settembre 5th, 2008 at 11:47
Bravo Jacopo, bel post: era ora che si parlasse di face to face!
io ne ho avuto esperienza diretta e mi permetto qualche commento (vediamo che ne pensano gli altri).
1) non credo sia vero che il f2f sia ECONOMICO e che RENDE (non nel breve periodo almeno). per quanto poco li paghi, i dialogatori costano, anche se ti rivolgi all’esterno, e le domiciliazioni non sonon mai tantissime: alzi la mano chi è pronto a dare il numero di contocorrente ad un estraneo incontrato in strada 2 minuti prima.
2) il f2f funziona solo per le MOLTO MOLTO NOTE ONP: già è difficile fermare per strada, in due minuti e convincerlo a dargli il tuo contocorrente. con tutte le truffe che ci sono in giro… figurati se ti presenti dicendo “salve, faccio parte della cippalippa onlus”
3) nuovi donatori? e vero, se ne fanno. ma crei anche un mucchio di gente scocciata, seccata, stufa (“mi hanno già fermato 10 volte oggi…”), che continuerà a percepire il fundraising a) come carià B) come un truffa
4) i dialogatori. pagati poco, con provvigione, a fare un lavoro stancante e logorante con turni duri. stare in strada non è sempre bello, e alcune persone hanno il potere di distruggerti il morale.
5) le provvigioni… francesco e jacopo, so che i dialogatori possono essere stressanti, ma dalla vostra donazione (in quel momento, lì, con la rid) dipende il loro stipendio, e magari la conferma del contratto. Per questo non portavamo MAI i bollettini al banchetto. e quando, dopo 4 minuti di dialogo, la persona ti rispondeva “sembra interesaante, si possono fare donazioni dal sito?” sapevi di aver buttato tempo ed energia
6) sempre le provvigioni: lavorare così ti pone SOTTO PRESSIONE, e devi davvero diventare una macchina da guerra, macinare più soci possibile. se poi lavori non direttamente per l’onp, ma per un’agenzia, la pressione è ancora di più.
quando lavoravo per un’onp che si occupa di ambiente una mia collega molto brava, aveva fatto 5 minuti di dialogo, purtroppo non andato a buon fine.
Uno dei risponsabili dell’agenzia a fianco, parlando con un signora, aveva detto “signora, lo vogliamo fare qualcosa per questo caz… di ambiente!”
la signora firmò… ora, immaginate come si è sentita la mia collega, informata e preparata sulla causa che proponeva!
da dialogatore ho avuto anche momenti belli, molto belli: ricordo alcune persone che sono diventate socie grazie a me, e erano contenti. e ho imparato a conoscere un po’ il donatore medio italiano
ma rimango davvero dubbioso, se non contrario su questo strumento, e spero venga sempre meno usato.
settembre 5th, 2008 at 20:37
Grazie Alberto, rabbrividisco alle tue parole:
verissime, ma caspita… ci vuole del fegato! Intendo che ci vuole del fegato ad investire in uno strumento che inevitabilmente (per i motivi che dici tu) porta ad avere gente a contatto con i donatori che DOVREBBE FARE IL BENE dell’associazione, ma il cui primo obiettivo e’ quello di sbarcare il lunario. So che questo e’ primario, ma so anche che di questo l’associazione ne dovrebbe tenere conto. E’ per questo che sono assolutamente in linea con quello che dici.
settembre 5th, 2008 at 21:01
Sono contento che la pensi come me, jacopo.
purtoppo da dialogatore sei vincolato non ai risultati dell’associazione (quante donazioni), ma dai risultati tuoi (quante donazioni rid hai fatto TU).
e quando sei in agenzia è anche peggio.
un esempio?
La mia collega, quella di prima, un gionro chiede al responsabile dell’agenzia “ho sentito che alcuno dialogatori dicono alla gente che la quaota sia interamente deducibile dalla dichiarazione dei redditi, ma questo mi risulta non si vero: cosa devo fare?”
risposta: “è una piccola bugia a fin di bene…”
d’altro canto non sarebbe neanche possibile per un’OPN pagare della gente e dirgli “ok ragazzi, fermate la gente e sensibilizzatela a fare una donazione”. non avrebbe senso e sarebbe inutilmente costoso.
per questo spero che il f2f cada in disuso…
un saluto e ancora complimenti per il blog!
settembre 7th, 2008 at 19:43
Ciao,
prima di dutto scrivo che sti post mettono una tristezza infinita in quanto rappresentano il donatore “nelle mani” del dialogatore come qualsiasi cliente .. non sò !
Ho limpressione che abbiate presentato il dialogatore come un venditore di auto ! Comunque !
Parliamo del termine macchine da guerra !
Il termine guerra non dovrebbe essere usato in nessun contesto e tanto meno nel contesto sociale. La guerra non è mai gioiosa è una corsa verso un obiettivo la sottomissione o l’anientazione di un’altro soggetto. Si giunge ad una guerra quando non si riesce a convergere verso comune decisioni; quando scompare il dialogo.
Tra questo articolo e quelli del Prof Melandri devo dire che nell’ambiente del fundraising tira sempre più “aria grama”
In bocca al lupo per chi ci lavora !
Ciao D
settembre 17th, 2008 at 13:51
Eccoci. Desidero comprendere meglio la tua posizione non favorevole, a prioristica (scusami se sbaglio) sul f2f su come viene gestita in Italia Vero? Chi conosci in Italia e all’estero? Puoi girarmi cortesemente i contatti?
I volontari sono una risorsa eccezionale!
settembre 17th, 2008 at 17:01
Caro Francesco,
parto da un po’ lontano. Aprire un blog significa (se hai a cuore il web2.0) mettersi in discussione e quindi non partire mai con dei preconcetti, casomai proponendo spunti di riflessione.
Noto con piacere che hai colto con estrema enfasi questi spunti e proverò a rispondere alle domande che mi fai (ah, non aspettarti dei contatti, non credo di poterlo fare).
Posso dirti che mi sono fatto un’idea sul f2f ascoltando alcuni responsabili, a livello nazionale, di questo strumento. Alcune persone le conoscerete sicuramente… non so, potrei dire Oxfam Irlanda piuttosto che Greenpeace Austria o Italia.. Unicef… è importante? mi farebbe piacere piuttosto conoscere il tuo punto di vista, a parte il fatto che i volontari sono una risorsa eccezionale. Scusa ma…. quali volontari?!
settembre 18th, 2008 at 12:33
Jacopo scusami se non sono intervento subito per ragioni di tempo… Penso di condividere con tutti che tra le priorità delle onp lo sviluppare la raccolta fondi è uno dei temi prioritari. Per iniziare bisogna porsi delle domande basi come tu sostieni, sulla funzione di un determinato strumento, di quanto costerebbe, target e frutti (in termini di budget in entrata e uscita, persone contattate, coinvolte, sensibilizzate e quelle che donano).
Lo strumento del face-to-face in Italia si sta sviluppando da 2-3 anni come novità. Impossibile definire il dialogatore come volontario per varie ragioni: tempo che dedica, team con cui collabora, energie, persone con cui condividere i frutti dei progetti realizzati… Non possiamo continuare in Italia ad avere una cultura effimera se desideriamo sviluppare le nostre azioni ed allargare vedute e responsabilità nell’idea di dare risposte a conoscere che si traduce nel fare per le cause sociali in cui CREDIAMO.
La retribuzione per un vero dialogatore non è il fine ma lo strumento per continuare a coniugare passione, tempo, sensibilità e lavoro che ti impegna nel corso della giornata (non 2 ore a settimana).
Il dialogatore ha una predisposizione nella comunicazione relazionale con il sostegno/supporto della onp nella formazione costante in aula e sul campo!
Si parla di guadagni? Vediamo quanto guadagna un dialogatore in Italia e quanto per lo stesso lavoro in altri paesi e confrontiamo.
Il ruolo del DIALOGATORE deve far rima far rima con ascoltatore attivo, comunicatore, sensibilizzatore, etc).
Far firmare la RID NON è il fine ma lo strumento per le onp che permette di pianificare. Il modo più comodo per fare una donazione PARTECIPANDO alle attività della onp è la domiciliazione bancaria (R.I.D.):
• è semplice: basta compilare il modulo;
• è comoda: il pagamento avviene in automatico, senza più code;
• è pratica: puoi scegliere la cifra da donare e la periodicità, puoi sospendere o variare il versamento in qualsiasi momento;
• è più efficace: un contributo regolare permette maggiore capacità di pianificazione;
• è vantaggiosa: consente di ridurre i costi amministrativi, destinando quindi più risorse alle azioni. attività e progetti.
I dialogatori non sono autorizzati ad accettare denaro contante. Per chi veramente desidera fare una singola offerta si prende il sito web insieme alle coordinate e fa il versamento. Generalmente la gente è pigra… Dare bollettini in giro con quale ritorno?
Il dialogatore deve attrarre ed coinvolgere verso i progetti e non vendere un contratto considerando che il servizio è rivolto a tutta la società e non solo ad un individuo.
STIAMO attenti a non dare la figura del dialogatore come un possibile mercenario o una macchina per fare soldi! Io sono dialogatore per una fondazione e conosco la fatica insieme alla gioia di ogni giorno. Dialogatore significa sentire nel cuore la voglia di utilizzare il proprio tempo ed i propri sforzi, oltre che per guadagnarsi da vivere, dando un servizio, una possibilità, un sostegno, un contributo al mondo nella mission in cui uno crede!
Jacopo ti ho fatto delle domande per sapere quali persone conosci per comprendere i punti di contatto che hai nel settore, senza pregiudizio o stereotipo, anzi considerando la tua articolata ed interessante esposizione.
Auspico molti altri interventi sul blog inerenti al tema. Su, su, su :-)
settembre 18th, 2008 at 22:52
Ciao Francesco,
ho letto il post, interessante e con mollti utili commenti. Penso anche io che il dialogatore non sia un mercenario ma che debba ricevere il gisuto compenso fisso apriori e percepire il valriabile com eeffettivo premio “xtra” non come parte integrante di uno stipendio “onesto” senz ala quale los tipendio diventa “sfruttamento”…
Quindi viva i dialogatori se sono: ben selezionati (empatici e sensibili, quindi non pedanti), ben formati (consapevoli della causa, quindi non superficiali), ben remunerati (giusto stipendio + bonus variabile, quindi non sfruttati). Se manca il terzo punto si chiamano volontari…averne!
Ciao, Francesco
Ps: ecco qualche idea che può ovviare “al rid per forza” per il calcolo della parte variabile: ad esempio offrire al donatore un codice da inserire online o registrare la promessa di donazione e fare un match periodico o consegnare bollettini postali codificati collegati al dialogatore… Più complesso ma almeno allqrga le opportunità. Ah…se qualcuno lo farà…l’idea è mia! Voglio la percentuale! ;-))
settembre 19th, 2008 at 08:16
Bella idea Francesco, la stiamo implementando in Telefono Azzurro da qualche mese. Lo facciamo con i volontari (veri volontari).
Il concetto, almeno per come la vedo io, e’ che se un tuo amico ti chiede di sostenere una buona causa che anche lui sostiene dando tempo ed energie per sostenerla.. allora ci sono buone probabilità che funzioni. Non e’ lo stesso se la persona non la conosci (evidentemente anche se questa e’ volontaria) e ancor di più se puoi percepire che vuole portarti, senza via di uscita, alla firma di un contratto. Meglio se, su mia richiesta, mi presenta un bollettino (anche se con il codice identificativo).
E’ per questo che con i nostri volontari abbiamo pensato di puntare anche su questa strada. A proposito, anche loro, con questa raccolta fondi, avranno un tornaconto e quindi in qualche modo seguiranno la logica motivazionale del dialogatore. Potranno disporre di più fondi per i propri progetti o per le attività ordinarie. …sottolineo che i soldi sono sempre, e rimangono, dell’associazione! Non viene fatto (in linea di massima) per un tornaconto personale. Credo che il donatore lo percepisca.
settembre 19th, 2008 at 16:09
Ciao, premetto che non sono un esperto in materia quindi il mio post non intende offrire suggerimenti ma solo capire alcuni meccanismi.
- Ipotizzo una ONP che forma dei dialogatori e non intende retribuirli in quanto persegue, ad esempio, la strategia di Jacopo. Questa ONP ha dei costi di formazione. Inizialmente i volontari (temine che userò per indicare i dialogatori non retribuiti) mettono a disposizione un monte ore del loro prezioso tempo libero e saranno motivati da un responsabile dei dialogatori retribuito. La motivazione dei volontari dipende dal loro attaccamento alla causa, dall’abilità nel motivarli da parte del responsabile e dal buon operato dell’ONP, dal loro appagamento personale ecc. Ipotizziamo che dopo alcuni mesi vi è stato un ricambio dei volontari alcuni sono passati ad ONP che li pagano, altri per impegni vari hanno abbandonato, altri nuovi sono arrivati e devono essere formati, altri hanno ridotto oppure aumentato la loro disponibilità di volontariato.
- Ipotizzo una ONP che forma dei dialogatori come “dipendenti”. Questa ONP ha dei costi di formazione e di stipendi. I dialogatori dipendenti se hanno una retribuzione avranno gli stessi stimoli dei volontari con in + la motivazione della retribuzione. Ipotizzo che il loro responsabile avrà uno stipendio = al collega che motiva volontari. Tuttavia anche in questo caso esiste un ricambio di volontari i quali possono essere ad esempio attratti dalla concorrenza oppure licenziarsi ecc.
- La differenza fra questi due ipotetici mondi è che la prima ONP rischia di spendere molte più risorse in formazione della seconda ONP. Mi verrebbe da dire che l’ONP + “aziendale” sia più efficiente e tuttavia potrebbe usare volontari in settori che richiedono è la professionalità degli operatori e più rischioso è l’utilizzo di volontari.
Che ne pensate ?
Ciao Dante
aprile 18th, 2009 at 20:02
ciao,
ho lavorato per molti anni come dialogatrice, per una delle organizzazioni che stimo di più in assoluto e che ha portato in Italia questo metodo di fundraising.
Vi scrivo pertanto conoscendo i fatti!
Sono d’accordo con chi sostiene che bisogna distinguere il dialogatore dal volontario. Io facevo la dialogatrice per molte ore alla settimana e mi pagavano e per molte meno ore facevo anche la volontaria.
Per essere precisa – così come tanti altri miei ex colleghi, prima sono diventata dialogatrice e solo dopo ho dedicato del tempo al volontariato.
Il lavoro inizia con una formazione, molto accurata – parlo della mia esperienza ovviamente, e continuata, in comunicazione e sui temi dell’organizzazione. Poi inizia il lavoro, tante ore in strada a parlare con persone di tutti i tipi, chi ti risponde bene e chi invece ti manda a quel paese!! Lo fai perchè ci credi nel profondo, credi che sono fondi che l’organizzazione userà con coerenza, sono fondi necessari perchè l’organizzazione ha fatto una scelta, sono fondi che porteranno un risultato concreto, sono fondi gestiti da persone che conosci e che passano del tempo con te per farti vedere il loro lavoro.
Io sono certa di aver portato tanto a quell’associazione, e loro non mi hanno fatto mai sentire una mercenaria, solo perchè ero pagata per quello che facevo. Daltronde sono una fundraiser, mi ritengo una professionista pertanto è giusto che la mie competenze vengano riconosciute. Il mio stipendio era in gran parte fisso, avevo un contratto, e in quell’anno e mezzo ho imparato tantissime cose!
Forse potrebbe essere opportuno fare anche una distinzione tra le ONP che utilizzano questo strumento, ci sono ONP che hanno politiche riguardanti i finanziamenti motlo restrittive (talvolta anche limitanti) e altre meno…
Tina
aprile 18th, 2009 at 22:01
Cara Tina, e’ molto bello quello che dici ed e’ proprio così che dovrebbe essere un dialogatore. Credere nella causa e fare di tutto per l’associazione per cui lavora. Credo che lavorare con uno stipendio in gran parte fisso sia stato per te un deterrente per allontanare le dinamiche individualistiche/utilitaristiche fisiologicamente derivate da un compenso a percentuale.
A questo lega anche il fatto che, personalmente, condivido l’idea che la vera differenza fra raccolta fondi e fundraising sia creare una relazione con il donatore. E’ evidente che già’ di per se’ il lavoro di dialogatore non porta ad essere fundraiser, ma il pagamento a percentuale lo e’ ancora di meno.
Quindi, scrivi per quale associazione lavori/hai lavorato. Con quello che ci hai detto farà sicuramente un’ottima impressione.
Grazie ancora!
agosto 20th, 2009 at 16:10
Senza offesa, ma sti dialogatori mi sembrano gli ennnesimi truffatori pagati a provvigione, come se non bastassero i venditori del folletto, gli operatori di call center e tutti questi altri venduti per pochi spiccioli.
No, non mi piacciono. E io ammiro chi fa del bene agli altri, ho sempre dato e sempre darò offerte per gli animali, i barboni, i Medici senza frontiere, i diritti umani e altre cose. Ma trovo ignobile questa ennesima stronzata precaria.
agosto 20th, 2009 at 16:33
alcune associazioni (save the children, freenpeace,…) hanno creato un “modello” definendo le linee etiche e professionali per questo strumento.
personalmente non ho trovato differenze con il prima e, ugualmente a te, rimango sempre sconcertato dalla mancanza di calore relazionale con i dialogatori.
dicembre 3rd, 2009 at 02:14
Ciao Jacopo,
ti scrivo da dialogatrice, lavoro da poco più di un anno presso un’agenzia che si occupa di diverse ONP.
Purtroppo è vero ke tanti miei colleghi sono “macchine da guerra”, e posso confidarti tranquillamente che tra colleghi spesso ne parliamo, xkè possiamo quasi qualificarci in 2 branche: quelli ke lo farebbero anke come volontari e quelli ke no.
Una cosa però te la posso assicurare: non troverai MAI un volontario che fa il nostro lavoro x le stesse ore e con gli stessi risultati!
Ti spiego: la nostra giornata comincia verso le 10.30 di mattina in ufficio per organizzare le squadre e fare formazione. Per le 14 dopo qualche minuto x il pranzo usciamo sul campo e suoniamo alle porte e marciamo x strada fino alle 20.30 di sera. Tutti i giorni. Dal Lunedì al Venerdì. Più il Sabato e la Domenica nei centri commerciali e aeroporti d’Italia. Ci prendiamo un giorno di riposo a settimana, di solito. E tutto questo lo facciamo da mesi o anni col sorriso sulle labbra e con piacere. Perchè se a volte insistiamo un attimo di più con qualke persona, potrà sembrarti strano, ma è xkè alla causa ci teniamo, o tutto questo non lo faremmo neanche.
Mi spiace se alcuni di noi non sono riusciti a stabilire con te o con altri, il giusto “calore”, posso anche provare a indovinare quando hai incontrato persone magari più nuove e quindi ancora un attimo più timide e inesperte.
Non capisco come il fatto di essere pagati ci renda meno umani rispetto ai volontari, o più incapaci di stabilire un rapporto con i donatori, non vedo proprio un nesso logico tra le 2 cose: è come se un medico, x fare un esempio, quando va un mese a fare il volontario in Africa è + bravo nel suo lavoro diquando lo fa a Roma, pagato.
Boh.
Tra l’altro, se interpellati, noi dialogatori siamo tenuti a dire che non siamo volontari, giusto x far riferimento a quel famoso “codice etico” di cui parlavi. Ma sono pochissime le persone a cui interessa, mentre sono moltissime quelle che decidono di aiutare. Anzi, il più delle volte, quando spieghiamo alle persone il lavoro che facciamo, sono contente che veniamo pagati perchè vedono il nostro impegno e la nostra passione.
Chiudo dicendo che, almeno per quanto riguarda l’organizzazione della mia agenzia (che si occupa di Save The Children, UNHCR e AIRC), non siamo autorizzati a ricevere donazioni in contanti o assegni così come non ci forniscono loro x primi di bollettini da distribuire, ma ci teniamo noi x primi a spiegare alle persone non interessate al RID che visitando il sito internet possono trovare moltissimi altri metodi di donazione (e se invitiamo sul sito è anche e soprattutto x far considerare forme alternative al sempre costoso bollettino postale, come le donazioni una-tantum online o tramite bonifico).
Buone feste!
gennaio 15th, 2010 at 01:44
io martedì ho un colloquio per amnesty…ho mandato il curriculum perchè è un’associazione che seguo e sostengo. mi piacerebbe lavorare per loro,se il lavoro può essere compatibile allo studio. se gli orari sono veramente quelli che dice lea,dovrò rifiutare